Sinistra o destra?
Come rispondereste ad un amico se questo vi chiedesse del perché non siete comunista? Forse non darete una risposta a questa domanda o forse risponderete così: “in effetti lo sono stato; i tempi cambiano e il Paese è cambiato. Ho sostenuto l’unico uomo coraggioso della vita politica italiana, Enrico Berlinguer. L’unico uomo, del comunismo europeo, che ha avuto il coraggio di dissociarsi dalla concezione marxista dello Stato. Oggi, uomini come quello non ce ne sono più. Il partito di Berlinguer oggi non esiste più, trasformato prima in DS e poi inglobato nel PD insieme ad altri partiti, perdendo la propria identità (quella conquistata dal coraggioso Berlinguer negli anni 70’). Come vedi, caro amico, i tempi cambiano e con esso anche gli uomini.” Non è una questione dell’essere comunista o meno, di essere di destra o di sinistra; cosa significa destra o sinistra?
Come fai ad identificarti da una parte o dall’altra?
Ci si identificava con l’appartenenza ai colori di partito (rosso, bianco, nero) così, si era comunista, missino, socialista o democristiano ma una vera identità non si assumeva e la consapevolezza di una paventata appartenenza ideologica, secondo me, era solo illusoria. La linea politica era fortemente influenzata dalle lotte sindacali.
Oggi lo scenario politico è cambiato. Il politichese è andato via via scemando e la gente comincia a capire la politica, a prendere coscienza di cosa sia veramente importante, di cosa il politico è chiamato a svolgere nelle funzioni del suo mandato. Il politico da parte sua rivendica le cose fatte, nell’interesse della collettività. I cittadini sanno chi mandare al Governo misurando, ognuno, il proprio stato d’animo. Stato d’animo che è dettato dal senso di oppressione o di serenità che si vive lavorando, passeggiando, sorseggiando un caffè, guidando una macchina, studiando, rivolgendosi al consulente fiscale, facendo le analisi di laboratorio o chiedendo aiuto ad un pronto soccorso, leggendo un giornale o guardando il TG; in pratica vivendo la vita , la nostra vita, proprio quella di ogni giorno, che misuriamo con un termometro speciale, quello dell’ansia e del disagio sociale che a pelle ci fa capire che chi ci sta guidando sta sbagliando e ci fa dire: “ah, se fossi io al governo!”. In questo travaglio ci resta il dubbio sull’appartenenza ad un colore politico: “sono di sinistra o di destra?” C’è sempre una via di mezzo: il centro-sinistra ed il centro-destra, le parti più moderate della politica, quelle più riformiste. Gli altri appartengono alle fasce più integraliste e conservatrici delle ideologie che sostengono. Tutti, comunque, perseguono dottrine filosofiche ed economiche.
Gli integralisti di sinistra si rifanno alla dottrina di Marx e al suo modo di vedere il capitalismo, per cui gli imprenditori e con essi il profitto, non dovrebbero esistere; mentre dal punto di vista filosofico, negando l’esistenza di Dio, acclamano lo Stato Laico dove tutti sono uguali, è lo Stato che deve decidere per tutti; non per niente Marx scrisse che “la religione è l’oppio dei popoli”. I riformisti del centro-sinistra, dal punto di vista economico, si rifanno al Keynesismo statalista e sul piano filosofico accettano uno Stato laico, pur essendo cattolici. Lo Stato, deve intervenire in ogni compagine economica e dettare norme e condizioni.
Il centrodestra predilige uno Stato che tenga conto della fede cattolica e dal punto di vista economico si rifà alle teorie del liberismo, al sistema del libero mercato, ad un sistema in regime di libera concorrenza ed anche ad un certo liberalismo sociale. Questa teoria, volta al libero scambio, determina l’uguaglianza tra la domanda e l’offerta dei beni in tutti i mercati e riconosce i diritti sociali e fondamentali dell’uomo.
In funzione di queste teorie, che affondano le radici nell’illuminismo, con minimi aggiustamenti senza – comunque – uscire fuori dai confini teorici, si muovono i Governi di (centro)sinistra e quelli di (centro)destra. Le legiferazioni saranno basate su questi principi economici e filosofici che influenzeranno la vita quotidiana di tutti i cittadini e per i quali ognuno, nel proprio ambito d’azione, può sentirsi libero od oppresso, ansioso o sereno. Lo abbiamo visto nel caso di Eluana Englaro, schieramenti diametralmente opposti per un argomento etico-religioso.
Così ci troviamo a contestare l’uno o l’altro in funzione del nostro stato d’animo. Spesso si contesta, ed è il caso di chi evita qualsiasi ragionamento perché aggrappato alle logiche del proprio partito, senza capirne a fondo i motivi, per il solo fatto che il segretario del suo schieramento politico abbia detto che quella legge è sbagliata. Sarà sbagliata in virtù della teoria ideologica che segue lui, sarà giusta in virtù della teoria che segue l’altro. Il fine giustifica i mezzi.
Per la politica Keynesiana, mi chiedo se sia giusto che lo Stato condizioni l’economia di un Paese. In passato, per esempio, gli interventi dello Stato mirati ad incrementare le produzioni industriali, hanno fatto innalzare il debito pubblico a tali limiti che oggi ne paghiamo le conseguenze. Era logico questo in un periodo storico (rivoluzione industriale) in cui l’economia era galoppante e non aveva bisogno di aiuti? Questi aiuti gli industriali li hanno riversati in azienda sotto forma di investimenti, oppure saranno serviti all’acquisto di barche, di castelli e palazzi? Sono state incentivate le colture intensive con contributi a fondo perduto per decine di miliardi e poi, dopo un decennio, si è dovuto incentivare l’estirpazione per l’eccessiva inflazione dei prodotti sul mercato (vedi uva da tavola).
La politica comunitaria si muove con le stesse rotelle con cui si muove la politica dei Paesi membri, teoremi di sinistra e di destra. E’ giusto incentivare il set-aside in un periodo dove l’abbandono delle campagne rischia di demolire l’economia europea per mantenere alto il prezzo del grano? Si danno aiuti per l’impianto di uve da mosto quando il mercato del vino è inflazionato. Perché indirizzare l’economia di mercato verso un settore dove manca la domanda? e reprimere, invece, una produzione dove la domanda è forte come quella del grano? Anche per queste politiche ottuse, nel mondo oltre un miliardo di persone soffrono la fame.
Credo che sarebbe un errore incentivare costruzioni di fabbriche per la produzione di un prodotto mirato. Un giorno, quando il mercato sarà saturo, i licenziamenti si conteranno a migliaia e nel mondo in milioni.
I vari Ministri dell’economia, studiosi economisti, si cimentano – durante il loro mandato – a mettere in atto i teoremi in cui credono ed oppongono resistenza a chi (come l’opposizione) cerca di farli uscire dai confini teorici di cui parlavo prima. Certo, l’opposizione avrà la soluzione al problema contestato, che è tutto il contrario di quello che mette in atto il Governo di turno. E’ chiaro che, quest’ultimo, non può accettare la soluzione dell’avversario poiché crede fermamente in quello che si propone di fare. La macroeconomia non può dare risposte dall’oggi al domani, poiché esige misure a medio lungo termine. La verità sta nel futuro. Ad ogni azione corrisponde una reazione, pertanto i frutti li vedremo solo se sapremo aspettare. In Italia, finora, non è stato possibile vedere gli effetti delle azioni dei governi perché sono durati così poco che il governo subentrante cambia immediatamente le regole imposte da quello uscente e per questo, prendiamo sempre ad esempio quello che hanno fatto i Governi degli altri Stati, dalla legge elettorale alle iniziative economiche.
Credo, personalmente, che il liberismo – con opportuni accorgimenti – sia la svolta di questa crisi economica e finanziaria che assilla il mondo intero. Don Luigi Sturzo, di concezione liberale, riteneva che il capitalismo di Stato fosse un lapidatore di risorse. Sembra che alcuni Paesi abbiano capito la lezione e stanno cercando di cambiare rotta. In un’economia capitalista, qual’è la nostra, il profitto è l’unica chiave di lettura della crisi, fintanto che gli Stati incentiveranno le produzioni industriali degli stessi prodotti per cui sono entrati in crisi, certamente non si uscirà dal baratro in cui ci troviamo. Quando un’industria di automobili comincia a chiudere gli stabilimenti, significa che quel mercato è saturo e l’industria deve diversificare, magari costruendo motorini; l’indotto continuerà a lavorare e gli operai non saranno licenziati. L’imprenditore deve riconvertire gli stabilimenti di produzione.
Tale flessibilità, in un libero mercato, può salvare il mondo da questa tenaglia.
Come vedi, amico mio, essere di sinistra o di destra è solo una questione di teoria.









